Dalla realtà alla narrazione

Dalla realtà alla narrazione. Dalla vita reale al mondo immaginario. Come funziona davvero scrivere? In questo articolo ho detto che spesso si scrive sotto la spinta delle emozioni, e questo ti permette di trasmettere queste stesse emozioni ai lettori. Ma cosa succede davvero? Partiamo dall’inizio. Alzi la mano chi non ha mai scritto un diario! Secondo me là fuori di mani alzate ce ne sono un casino. Ci sta, si comincia quando impariamo a scrivere; mettere le nostre interpretazioni di ciò che ci circonda su carta è quasi liberatorio. Un modo per sperimentare. Mio figlio, ad esempio, appena ha imparato l’abc ha voluto un quadernino per scriverci le storie che inventava e che pescava dal mondo reale. Quando poi si entra nella fase adolescenziale… wow! a quel punto è un’esplosione di emozioni incomprensibili. E nessuno ti capisce, per niente! Specialmente i tuoi genitori. E allora a quel diario ci si mette un bel lucchetto e la chiave te la porti dietro, perché la mamma, diciamocelo, è un po’ impicciona, no? Perché ti sto dicendo tutto questo? Nella scrittura si può inventare di sana pianta, ma se ci pensi bene non capita sempre così. Quel pezzetto di te di cui non ti sei accorta è finito in quel personaggio, e magari lo scopri solo a posteriori. E quell’evento somiglia tanto a quando tu… Dalla realtà alla narrazione si riferisce al meccanismo per cui, nella scrittura, trasformi consapevolmente o inconsapevolmente ciò che hai dentro e intorno a te, la tua realtà, in narrazione. La scrittura è qualcosa di atavico che in principio nemmeno sai che esiste, eppure inconsciamente quella penna la prendi in mano sin da piccola. E scrivi, scrivi davvero. E quando questa passione te la porti dietro in età adulta, probabilmente il primo impulso da “persona matura” è scrivere di te, e più precisamente della tua vita. Autobiografia… o no? Tempo fa mi ha contattata una ragazza che voleva iscriversi al corso di scrittura creativa che teniamo tutti gli anni. Dopo averle dato alcune indicazioni fa: “Ma io vorrei scrivere una ‘cosa autobiografica’, va bene lo stesso?”. Sul momento sono rimasta interdetta, però sì, le ho detto. Anche se vuoi scrivere qualcosa di autobiografico è importante che tu conosca le tecniche narrative e ti alleni nella scrittura. Perché sono rimasta interdetta? Perché in realtà tutti scriviamo “cose autobiografiche”. In ogni storia c’è qualcosa di noi stessi. Se parliamo di autobiografia in senso stretto, allora ci riferiamo al romanzo che parla della vita di qualcuno, tua o di un personaggio famoso. Spesso è così. Pensa, ad esempio, a Open. La mia storia, di Andre Agassi, un libro che mi è piaciuto molto. Narra la sua vita dal suo punto di vista, dal momento in cui è entrato in contatto con il tennis. Ovviamente è romanzato per essere appetibile, ma è a tutti gli effetti un’autobiografia. Tornando alla ragazza che mi ha contattata, invece, quando ha cominciato a frequentare il corso, ho capito che in realtà voleva fare tutt’altro. Quando mi ha fatto quella domanda voleva semplicemente sapere se il corso potesse fare al caso suo, in quanto voleva mettersi nei panni di un personaggio e raccontare alcuni eventi della sua vita. In realtà non me lo ha mai esplicitato, ma tutte le volte che ascolto uno studente leggere ciò che scrive succede qualcosa, e quando quello che sento lo riguarda da vicino si percepisce. Scrivere è una questione personale Scrivere quindi è prima di tutto una questione personale. Cosa significa? Significa che questa urgenza parte da dentro di te. E va bene se all’inizio scrivi fogli su fogli cercando di tirare fuori e di capire quello che hai dentro, ma queste sensazioni e questi eventi vanno in un qualche modo addomesticati per renderli comprensibili prima di tutto a te stessa, poi a chi legge, se desideri che qualcuno ti legga, ovviamente. Sfruttare così il tuo vissuto a favore della scrittura può rivelarsi un modo efficace per raccontare storie. Lo so, addomesticare è una brutta parola, specialmente se fai parte di quelle scrittrici che seguono l’ispirazione. Cercare di rendere intelligibile ciò che hai dentro è complicato, ma direzionare idee e sensazioni non inficia la loro autenticità né svilisce le emozioni che provi e che vuoi trasmettere. Sappi che puoi veicolare il tuo bagaglio di vita ed emozioni al fine di creare una buona storia, mantenendone la spontaneità e l’istintualità. Dalla realtà alla narrazione Scrivere fedelmente di fatti accaduti o ispirarsi alla realtà? C’è chi si improvvisa scrittore, è vero. E pensa che scrivendo la propria vita o pezzi di essa significhi saper scrivere. Il problema in questi casi risiede nel fatto che spesso non ci si rende conto che una storia deve essere interessante per poter essere fruita dal pubblico. Magari non è il tuo scopo primario, quello di essere letta, ma potrebbe anche succedere. Se esci allo scoperto hai più possibilità di sapere se quello che hai scritto piace. E di farti capire. Ognuno di noi vive esperienze interessanti e incredibili nell’arco della propria vita, il punto è imparare a raccontarle. Per questo esistono corsi di scrittura creativa, libri e libri su tecniche inimmaginabili e trucchi magici. Ma qual è il segreto per riuscire a rendere accattivante la narrazione di episodi della tua vita? Cosa fa uno scrittore vero? Tradurre in narrativese Ecco che ritorna il concetto di addomesticare e tradurre. Come anticipato, ogni scrittore e ogni scrittrice mette parti di sé all’interno dei testi che scrive. Significa quindi che dalla realtà si prendono alcuni aspetti, o alcuni accadimenti e si traducono in linguaggio narrativo. L’abilità di un autore o un’autrice sta, infatti, nel cogliere i dettagli di quell’evento, di quel particolare che gli/le è rimasto impresso di una persona e di applicarlo a uno dei personaggi, o di inserire quell’evento dentro la sua storia. Come dico spesso: la fretta è cattiva consigliera. Addomesticare è utile anche a questo: a non avere fretta di inserire tutto di sé stessi in un’unica storia. Lasciare qualcosa al libro
Lo spiegone e il rischio di annoiare il lettore

Lo spiegone: che cos’è? Lo spiegone è più comunemente conosciuto come infodump e si sviluppa al largo delle coste dei libri di narrativa, penetrandovi all’interno senza criterio, e quando meno ce lo si aspetta. Scherzi a parte. Si tratta di un meccanismo spesso inconscio che colpisce scrittori e scrittrici di tutte le età. Riguarda la tendenza a inserire all’interno del testo informazioni non utili ai meccanismi narrativi. Sono tutti quei passaggi superflui che possono interessare: descrizioni di luoghi o cose che si dilungano eccessivamente o che non hanno valore ai fini della comprensione di ciò che accade, che è accaduto o che accadrà dialoghi che non portano avanti la storia né danno informazioni utili, ma appiattiscono il testo e rallentano il ritmo passato dei personaggi Lo spiegone nelle descrizioni Una volta giunta nella navata centrale alzò lo sguardo verso una finestra composta da tanti vetrini colorati, che offuscava in parte la luce proveniente dall’esterno, ma ne accentuava i colori. La finestra era di fattura superba, posizionata in alto sopra l’abside. Risaliva all’epoca gotica… E potremmo continuare con una dissertazione sull’architettura di quel periodo e su altre curiosità di cui l’autore o l’autrice è espert*. Chiediti perché il tuo personaggio visita un certo luogo. Se è lì per cogliere un dettaglio prezioso dall’architettura del posto, che gli servirà in seguito per arrivare alla soluzione di un mistero, è giusto camuffarlo in mezzo ad altri particolari, per confondere il lettore e tirarlo poi fuori al momento giusto. Se invece il personaggio è lì di passaggio e sta scappando da qualcuno, questa minuzia di particolari rischia di rallentare il ritmo e di annoiare il lettore, che salterà in toto il passaggio per sapere cosa succede dopo. Lo stesso discorso lo possiamo fare, ad esempio, per la descrizione di un personaggio. Ti ho già parlato in questo articolo di come si introduce un personaggio. Vale lo stesso discorso nel pieno della narrazione: scegli un aspetto singolare che permetta al lettore di ricordare il personaggio, che non riguardi per forza il suo aspetto fisico, ma anche il modo in cui si comporta. Qualcosa che magari emerge in quel momento, ma che è comunque correlato a tutto quello che c’è stato prima o che ci sarà dopo. Questo ti aiuterà a descrivere senza darlo troppo a vedere, a sparpagliare le sue caratteristiche lungo tutto il testo. Centellinare le informazioni ti permette di evitare quei monoblocchi descrittivi che lo spettatore si dimenticherà all’istante, o che leggerà distrattamente. Ricordati che ogni parola ha valore. Lo spiegone nei dialoghi Frate Giacomo osservò il cadavere. «Mi viene in mente proprio adesso che qualche settimana fa ho sentito fratello Biagino parlare con frate Oreste.» «E cosa si dicevano?» chiese curioso il novizio. «Parlavano tra loro sottovoce, io ero chiuso nel confessionale e non hanno notato la mia presenza. Parlavano però sottovoce di un libro sull’astrologia e di alcuni simboli. Ho il sospetto che il segno tatuato sul braccio del morto abbia a che fare con la costellazione dell’unicorno. Si narra che ai tempi di…» E parte un trattato sull’astrologia, guarda caso, proprio nel momento in cui ce n’è più bisogno. Invece di seminare indizi lungo la storia, in modo che il lettore se ne rammenti quando la situazione lo richiede, vengono inseriti nel posto giusto al momento giusto. I personaggi ricordano conversazioni o eventi passati di cui il lettore non sa nulla e il patto narrativo si rompe. Ricorda che anche un colpo di scena ha bisogno di essere preparato; il lettore deve avere la percezione che sarebbe potuto arrivare alla soluzione. Appiccicare informazioni ad hoc ha tanto l’aria di spiegone costruito apposta per giustificare fatti che non sono stati prefigurati a dovere. Il passato dei personaggi Se hai fatto un buon lavoro, hai pensato a tutto: a vita, morte e miracoli dei personaggi. Sai tutto di loro, ha scritto schemi su schemi, liste di caratteristiche, metodi di comportamento, credenze, modi di pensare. Come ti ho forse già detto altre volte, non è necessario inserire tutto ciò che sai sui personaggi all’interno del tuo romanzo. Ciò non toglie che sia comunque importante che tu conosca nell’intimo ogni singolo dettaglio del personaggio, perché è proprio da questo che dipende la sua riuscita. Conoscerlo ti facilita il compito di trasmetterlo al lettore; ti aiuta a farlo muovere all’interno della storia con disinvoltura, senza bisogno di artifici che giustifichino ogni sua azione. Quindi, se a un certo punto Gino è fuori a cena con Elena, e il cameriere gli porta per sbaglio un piatto di zuppa ai ceci, forse non è il momento di farlo ripensare a quando sua zia gli faceva la pasta ai ceci, in inverno, quando tornava da scuola, perché sua mamma lavorava come una matta perché suo padre se ne era andato di casa quando lui aveva solo tre anni e non lo aveva mai conosciuto, per questo adesso si portava dietro questo fardello! È bene chiedersi: questa informazione a cosa mi serve? La pasta ai ceci e il ricordo della zia mi aiuta a definire meglio il comportamento di Gino nei confronti di Elena? Se la risposta è no, allora taglia il ricordo strappalacrime e passa oltre. Se la scena funziona, vuol dire che avevi scritto una serie di informazioni non utili all’economia della narrazione. Perché l’infodump sembra il diavolo tentatore? Sono dell’idea che ci siano tre motivi fondamentali per cui si inserisce uno spiegone all’interno di un testo narrativo: #inesperienza Chi l’ha detto che scrivere un romanzo è semplice? Riuscire a rendere una storia coerente, coesa, con una buona impalcatura prefigurativa è impresa ardua. C’è chi ci riesce in modo più naturale di altri, che invece necessita di un lavoro di preparazione maggiore. Una buona progettazione narrativa può aiutarti molto in questo senso, soprattutto se sei alle prime armi e se dopo aver letto questo articolo hai notato di avere la sindrome della maestrina. Quando ho parlato di revisione strutturale del testo, ho evidenziato l’importanza di lasciare nella
Lo strano caso della D eufonica e del gerundio

Girovagando tra i gruppi di scrittori su Facebook, trovo spesso domande sulla D eufonica e l’uso del gerundio. Sono temi che provocano apprensione e soprattutto pareri controversi. Ma vediamo perché. #MOTIVO N. 1 Non ci sono regole ferree che stabiliscano che l’uso della D eufonica sia sbagliato. #MOTIVO N. 2 Il gerundio, a volte, viene demonizzato; c’è chi dice che è meglio non usarlo, c’è invece chi dice che non ci trova niente di male nel farlo e che non capisce come mai venga bistrattato in questo modo. È giusto che la questione ti preoccupi, perché uno scivolone potrebbe portare il lettore ad annoiarsi di fronte a un testo farraginoso, difficile da leggere. E gerundio e d eufonica sono due elementi che, se messi insieme e abusati, rischiano di portare il tuo manoscritto alla deriva. In questo articolo vorrei chiarire alcuni punti, per sfatare alcuni miti e darti una mano quando ti troverai di fronte a questi temuti nemici. Quando usare la D eufonica e quando non farlo Come ho anticipato, non c’è giusto o sbagliato. In un certo senso si tratta di evoluzione della lingua e di scelte, personali e non. L’uso della D eufonica dipende da tre fattori principali: le norme editoriali della casa editrice di riferimento self-publishing la scorrevolezza del testo #NORME EDITORIALI A seconda della casa editrice di riferimento, le cose cambiano. Ci sono alcune case editrici che scelgono di ammettere tra le loro norme editoriali l’uso della D eufonica davanti a qualsiasi vocale: Andammo al laboratorio ad eseguire alcuni test Scelsi dal menù ed andai in bagno: ero troppo nervosa In questi due esempi vediamo che la D eufonica si presenta di fronte a due verbi che iniziano con una vocale. Ci sono altre case editrici, invece, che ammettono la D eufonica solo davanti a vocale successiva uguale: Faticavo ad ammettere di aver avuto torto Mi guardai intorno ed emisi un gemito In questo caso, se hai intenzione di proporre la tua opera a una casa editrice in particolare, studia le sue norme editoriali e adegua il tuo testo, farai un figurone! #SELF-PUBLISHING Bisogna considerare il tuo gusto personale. Se pubblichi in self, non devi sottostare a norme editoriali di alcun tipo, se non quelle che ti imponi da sola e che ti servono per dare uniformità alla tua opera (Leggi il mio articolo: Revisione formale del testo: alcuni consigli). Quello che però mi sento di sconsigliarti è l’uso di “od”. Per quanto mi riguarda, condivido ciò che dice William Strunk jr e che riporto qui di seguito: D eufonica. Un tempo molto usate, oggi le forme ad, ed, od si usano solo nei casi in cui la parola che segue inizia, rispettivamente, con a, e, o (la od, per la verità, è difficilmente impiegata anche quando la parola che segue inizia per o) Fanno eccezione quelle forme sonore ormai strettamente legate alla nostra tradizione linguistica, come ad esempio (che mantiene sempre la d), e poi ad eccezione, ad ogni, ad esso, ad essere, ad oggi, per le quali si può scegliere se conservarla o meno. Elementi di stile nella scrittura di William Strunk jr, Dino Audino editore, Roma, p. 48 Se hai dei dubbi puoi seguire i consigli di William, in modo da dare una direzione al tuo manoscritto e non perderti ogni volta nella scelta. #SCORREVOLEZZA DEL TESTO Norme editoriali e self-publishing vanno di pari passo con il perseguimento di una scorrevolezza ottimale del testo. È chiaro che se il tuo manoscritto è strutturato in modo tale da avere una D eufonica ogni tre righe (sto esagerando, ovviamente, ma non si sa mai…), bisogna prestare particolare attenzione a riformulare alcuni periodi per alleggerire il passaggio preso in causa. Visto che mi è concesso, in questa sede, di dire la mia, trovo che l’uso della D eufonica sia ormai obsoleto, sebbene ogni editore sia libero di conservarla e usarla come meglio crede. Gerundio o non gerundio, questo è il problema Il gerundio va manipolato con attenzione e grande cura. Il suono di un verbo declinato in questo tempo rischia di risultare estremamente lungo e tortuoso alla lettura, quindi occhio a non abusarne. C’è una certa differenza nel dire: «Ciao» disse Marco uscendo e «Ciao» disse Marco, e uscì. Hai ragionato su ciò che sta succedendo nella scena che hai appena scritto o che stai revisionando? In che ordine si svolgono i fatti? È davvero necessario il gerundio o puoi rendere la frase più diretta e fluida sfruttando un tempo verbale differente o un’alternativa valida? Il gerundio si usa in casi precisi, e se li hai dimenticati come la maggior parte di noi puoi sempre ripassarli ;). La cosa importante è valutare bene ogni volta se è necessario o meno. Ecco alcuni esempi su come si può utilizzare il gerundio. Lo troviamo, ad esempio, quando un’azione si sta svolgendo in un preciso momento: Marco sta correndo. Oppure per esprimere il modo in cui accade qualcosa: Ho perso tre chili correndo. Può indicare una condizione: Ascoltando la mia dietologa, ho perso tre chili. Esprime una causa: Essendo ingrassata tre chili, non sono riuscita a infilarmi nel mio vestito preferito. Se ti accorgi che un passaggio del tuo romanzo risulta pesante, puoi valutare di sostituire il gerundio con una proposizione coordinata o una subordinata: Non sono riuscita a infilarmi nel mio vestito preferito, perché sono ingrassata tre chili. In conclusione Il mio intento non è quello di darti una lezione di grammatica o di italiano, ma portarti a riflettere su ogni parola di ciò che scrivi. La D eufonica e il gerundio non sono questi mostri che vanno in giro a spaventare scrittrici e scrittori esordienti. Sono strumenti che fanno parte del tuo bagaglio e che, una volta compresi, puoi utilizzare nel posto giusto al momento giusto. Entreranno a far parte del tuo romanzo, definiranno il tuo stile, aiuteranno il lettore a scorrere il
Sinossi: tre errori da evitare

Sono tre gli errori principali da evitare quando si scrive una sinossi. Dico tre perché è il numero di errori in cui mi sono imbattuta più spesso al corso di scrittura creativa di cui sono docente. La scrittura creativa non ha a che fare con le sinossi, hai ragione, eppure quando facciamo gli esercizi pratici, prima di passare alla stesura vera e propria di un racconto, chiedo agli studenti di riassumere la storia che vogliono scrivere. Questo processo aiuta ad avere una visione completa degli eventi principali e della linea narrativa. Ti costringe a ragionare su ciò che vuoi scrivere e di conseguenza a verificare che la storia abbia una sua coerenza interna. Sinossi: si salvi chi può La sinossi ha una fama controversa. Vedo ovunque scrittori e scrittrici terrorizzati solo a sentirne il nome. Di fronte a una cartella di sinossi vanno nel panico, quando magari hanno appena finito di scrivere un romanzo di trecento pagine. Riassumere ti spaventa, ma perché? Penso che le ragioni siano principalmente due: Conosci la storia, i personaggi, sai cosa succede per filo e per segno. Riassumere ti impedisce di esprimerti al meglio perché la tua opera si riduce a una sequenza oggettiva e impersonale di fatti che messi giù così non hanno senso. Costringere il romanzo in una misera cartella ti tarpa le ali. Hai l’impressione che limitare la storia a poche righe scarnifichi la trama e non valorizzi il tuo romanzo. Come farà quindi un editore a interessarsene? Detto questo, posso darti ragione. È vero. Il riassunto del tuo romanzo è una schifezza in confronto all’opera che hai scritto, ma questo non ha importanza adesso. Se hai finito il manoscritto e vuoi presentarlo a un editore, la sinossi è il primo passo verso la pubblicazione e hai l’opportunità di scriverne una degna della tua opera. Cos’è una sinossi? La sinossi è il riassunto preciso della trama e degli eventi principali della storia. Di solito viene richiesta dalle case editrici in fase di selezione dei manoscritti, in modo da farsi un’idea del romanzo che gli viene proposto ed evitare di perdere tempo su libri che non sono in linea con il loro catalogo. Immagina una casa editrice che riceve cento manoscritti al giorno: come fa a leggerli tutti? Ecco a cosa serve la sinossi ed ecco perché è così importante che tu sappia scriverne una. La sinossi apre la porta al tuo romanzo. E tu vuoi che venga letto, vero? Quali difficoltà incontri quando devi scrivere una sinossi? Quando ti trovi a dover scrivere la sinossi del tuo romanzo, che conta duecento-trecento pagine, ti trovi in difficoltà per un motivo principale: devi fare una cernita tra le cose da inserire e quelle da tralasciare. Sono tanti gli eventi che si susseguono nel romanzo, come fai a decidere quali sono rilevanti e quali no? Perché se li hai raccontati, significa che sono importanti, giusto? Certo che lo sono, ma non in questo momento. La sinossi deve contenere cinque elementi essenziali: i personaggi principali, se ce n’è più di uno, ma prima di tutto focalizzati sul protagonista. l’incidente iniziale che dà l’avvio agli eventi l’obiettivo del protagonista. Cosa desidera? i conflitti che il personaggio deve affrontare per raggiungere il suo obiettivo l’esito della storia. Come finisce il tuo libro? Il tuo romanzo parla del protagonista della storia, concentrati su di lui, o lei, per evitare di divagare su altre linee narrative e prendere in considerazione eventi non rilevanti per il tuo scopo. La sinossi è la presentazione del romanzo. L’editore deve capire che tipo di storia ha tra le mani, di cosa parla e come finisce. Errori da evitare Ti ricordi quando la maestra di italiano ti chiedeva di fare il riassunto del libro che avevi letto durante le vacanze estive? Ecco, è dalle medie che ti perseguitano con le sinossi. Magari non avevi idea che avresti fatto la scrittrice, o magari sì, ma nessuno ti aveva avvisato che avresti dovuto riassumere il tuo stesso libro. A che serve, la storia l’hai scritta tu! Lo so, è una spina nel fianco. Per questo è importante progettare il romanzo a priori, per avere le idee chiare sugli elementi essenziali che compongono la trama. Al momento di stendere la sinossi non devi far altro che andare a ripescarli e usarli a tuo vantaggio. (Scopri il mio servizio di progettazione narrativa.) La sinossi è uno strumento che puoi utilizzare in fase di progettazione; scrivi il riassunto della storia per capire se funziona e se hai tutti gli elementi che ti servono per portarla a termine a posteriori, come strumento di controllo; una specie di cartina al tornasole. Riassumi il romanzo che hai scritto per verificare che ogni cosa sia al suo posto Quando è il momento di presentare la tua opera a un editore, ricordati che la sinossi è il tuo biglietto da visita. Ma vediamo adesso quali sono gli errori più comuni in cui mi sono imbattuta più spesso; sono essenzialmente tre. #NARRARE invece di RIASSUMERE A volte, ci si fa prendere la mano. Devi scrivere un riassunto puntuale, non un riassunto stiloso. Non hai bisogno di narrare, di inserire figure retoriche, di costruire un’ambientazione mozzafiato e trasmettere emozioni attraverso le immagini che sai creare con le parole. La sinossi è un riassunto preciso e oggettivo. Attenzione ai virtuosismi, rischiano di farti andare fuori strada. Il tuo stile è importante, ma è il romanzo a parlare per te. Lo scopo della sinossi non è far capire all’editore qual è il tuo stile o far colpo su di lui per questo. Lo scopo della sinossi è far capire all’editore se la storia che hai scritto funziona e se è adatta alla sua linea editoriale. Se gli piacerà, allora leggerà il romanzo per intero e scoprirà quanto tu sia brava a scrivere. #CONDIRE LA SINOSSI CON I DIALOGHI Il dialogo è un elemento della narrazione e proprio per questo è bandito dalla sinossi. Meglio evitare di scrivere scene in cui i personaggi
Coerenza narrativa: che cos’è?

La coerenza narrativa è diventata un leit motiv quando si parla di progettare, scrivere o revisionare storie. Ma che cos’è di preciso? Coerente significa essere unito bene insieme, essere attaccato. In riferimento alla narrativa, vuol dire rendere la tua opera un organismo compatto in tutte le sue parti. La trama non deve sfilacciarsi in direzioni casuali solo per smania di virtuosismi o voli pindarici. Immagino la coerenza narrativa come una grossa catena impossibile da distruggere su cui viaggia una rete di eventi interconnessi tra loro. Alla fine, tutti i nodi devono venire al pettine e nessun capello deve uscire dalla coda. La coerenza narrativa non è un elemento specifico del testo, è qualcosa che lo permea dall’inizio alla fine e che coinvolge molteplici aspetti. Dobbiamo partire dal presupposto che ogni storia ha le sue regole interne. Creare un mondo narrativo significa costruire un universo verosimile. Con questo non intendo dire che tale universo debba rappresentare un contesto reale; posso anche voler scrivere un fantasy, non cambia nulla. L’importante è che all’interno del mondo narrativo io stabilisca delle norme che lo regolino e che le rispetti per tutta la durata della storia. La sospensione dell’incredulità deve il suo successo anche a questo. Se decidessi di raccontare le vicende di un uomo ordinario, non potrei attribuirgli poteri magici a metà storia senza aver prefigurato questo aspetto in qualche modo. Le cose non cadono dal cielo in narrativa, tutto deve avere nessi logici coerenti e forti. Se voglio sorprendere il lettore posso farlo, ma con le dovute maniere, senza ingannarlo. Devi sbalordire, non tramortire. Un articolo non basta per spiegare in modo esauriente che cos’è la coerenza narrativa, spesso si impara strada facendo, perché si plasma su ogni storia, prende le misure e si accomoda tra le pagine. Vorrei, però, provare a darti un’idea di questo argomento parlandoti di uno dei primi testi che ho editato, sei anni fa, perché penso che fare esempi concreti aiuti molto a comprendere determinati argomenti. Mi sono trovata di fronte a un’opera dalla trama intrigante che trattava temi molto forti, ma aveva alcune lacune e incoerenze che andavano sistemate e che minavano la sua credibilità. Vediamo su quali livelli abbiamo (io e l’autrice) dovuto agire per valorizzare il manoscritto. Pillole di coerenza narrativa #DIREZIONE DELLA STORIA E NESSI LOGICI Il manoscritto che dovevo editare presentava un tronco narrativo centrale solido, intorno a cui ruotava una serie di eventi non funzionali alla trama o poco credibili rispetto all’umore generale della narrazione. Sebbene fossero per certi versi affascinanti, l’autrice aveva inserito all’interno della sua opera molti avvenimenti non utili a portare avanti la storia. È stato a malincuore che li abbiamo tagliati, ma questo processo ci ha permesso di approfondire e sviscerare gli elementi funzionali alla trama, già presenti ma trattati in modo superficiale. Spesso la voglia di raccontare tutto, anche i retroscena, ti fa perdere di vista gli elementi su cui è importante spendere le energie. A volte si tende a divagare e a voler racchiudere in uno spazio ristretto una quantità eccessiva di informazioni. Sappi però che la divagazione contribuisce a diluire la potenza del messaggio e del tema che vuoi trasmettere, ne svilisce l’importanza e ostacola una chiara comprensione del testo. Inoltre rischia di inficiarne il ritmo, rallentandolo in modo eccessivo. È giusto che tu sappia tutto dei tuoi personaggi e della storia, ogni segreto, ogni avvenimento. Ma non è necessario esporre ogni particolare per filo e per segno. Se tu sei a conoscenza dei fatti, ne verrà a conoscenza anche il lettore, sebbene alcuni verranno solo accennati. È la magia di una storia ben congeniata. È fondamentale chiedersi sempre se ciò di cui stai parlando sia solo un vezzo o sia davvero importante ai fini della comprensione della storia. Ricorda anche che il deus ex machina non è ammesso, il personaggio deve agire e cavarsela con le proprie forze. La coerenza narrativa prevede che tutto debba avere una giustificazione. Il lettore non è disposto a credere alle coincidenze nelle storie, a meno che non mettano nei guai i tuoi personaggi. #PERSONAGGI CHE SI COMPORTANO IN MODO STRANO Chi non viene approfondito… I personaggi principali della storia non erano caratterizzati a dovere; parlo della protagonista e dei suoi antagonisti. Il desiderio di creare una vasta cerchia di personaggi aveva fatto perdere di vista l’importanza di approfondire quelli con un ruolo determinante. In particolare, ricordo i genitori della protagonista; erano presenti entrambi, ma mentre la madre aveva un ruolo predominante, il padre si presentava in scena, ma non diceva né faceva mai nulla. … chi fa cose che non dovrebbe saper fare… C’era un personaggio che aveva delle doti curative particolari, ma non vi erano elementi che giustificassero queste sue conoscenze mediche. È stato quindi necessario modificare le sue caratteristiche in modo da rendere coerente questo talento con il suo vissuto. … e chi assume comportamenti ingiustificati La protagonista, a un certo punto della storia, si riconciliava con i genitori, con estrema facilità. La rottura del loro rapporto aveva motivi molto gravi e traumatici che richiedevano tempo e impegno per essere superati. La riconciliazione non era credibile. In questo caso abbiamo dovuto rivisitare la sequenza degli eventi. Se ti trovi in difficoltà a gestire i personaggi, o ti blocchi perché non sai come farli comportare di fronte a determinate situazioni, ti consiglio di fare un lavoro a priori di costruzione del personaggio. Puoi preparare una scheda in cui inserire le loro caratteristiche in modo da imparare a conoscerli. Puoi quindi consultare la scheda ogni volta che ti trovi in un vicolo cieco oppure aggiornarla se necessario. Scivolare sui personaggi rischia di far diventare la storia un campo minato se non sai come gestirli. Prepara il terreno in modo da condurre il lettore attraverso distese di coerenza narrativa prive di buche. #CONTESTO VAGO E INFORME Il contesto temporale, geografico e culturale in cui l’autrice aveva inserito le vicende della storia presentava alcune problematiche non trascurabili. Luoghi e date I fatti si svolgevano in un luogo imprecisato dell’Africa
Idee per scrivere una storia: come trovarle?

In questo articolo ti parlerò di come sviluppare la tua creatività. Come puoi trovare le idee che ti stimolano a scrivere una storia? Quando ti ho parlato del blocco dello scrittore ti ho dato alcuni strumenti utili a sbloccare il processo creativo, ma cosa fare se le idee proprio non arrivano? Forse il più delle volte è l’ispirazione a guidarti; in altre occasioni, però, può succedere che tu non riesca a trovare l’imboccata giusta: senti che hai la mente svuotata, priva di quella scintilla che ti spinge a scrivere quando ti metti nel tuo angolino per farlo. Perché succede? A cosa è dovuto questo blackout? Bisogna partire dall’inizio. La prima cosa che ti suggerisco è chiederti: Qual è la ragione principale che mi impedisce di trovare un’idea convincente per cominciare a scrivere? Le aspettative Quando si tratta di approcciarsi a una storia, spesso si fa l’errore di pensare a massimi sistemi, quindi presupporre che una buona narrazione sia qualcosa di fuori dall’ordinario, diversa da tutto quello che è già stato pubblicato finora. Se qualcuno ha già scritto quello che vuoi scrivere tu, allora perché dovresti perdere tempo su un tema trito e ritrito? Di frequente, vedo che i miei studenti esitano su un testo perché pensano che non sia all’altezza delle loro aspettative o di chi li ascolta. È impossibile non confrontarsi con il mercato librario, ma non bisogna neanche farne una malattia. Se continui a scartare idee perché ti sembrano banali o ad autocensurarti perché pensi che la tua sia una storia che non interesserà a nessuno, rinunciando a priori, non potrai mai sapere se è davvero così o se invece meriti una possibilità. Ci sono moltissimi film e romanzi che parlano d’amore, eppure questo tema è stato affrontato in mille modi differenti. E quanti, invece, parlano di un delitto e di un caso da risolvere? Pensi che siano tutti uguali? Quello che fa davvero la differenza è il tuo stile, il tuo modo di vedere le cose e di raccontarle. È il modo in cui affronti la storia che vuoi scrivere a renderla originale, e a come decidi di trasmettere il messaggio che vuoi dare. A come riesci a emozionare il lettore. Non trovare scuse per non metterti alla prova, potresti rimanere stupita di te stessa. Il giudizio Un altro grande incubo che colpisce chi vuole scrivere è il timore del giudizio degli altri. Quando scrivi metti a nudo la tua anima, o almeno dovresti farlo, questo perché se ciò che scrivi non ti emoziona, non emozionerà neanche chi legge le tue storie. Il problema è che all’emotività si affianca la razionalità, come è normale che sia, allora cominci a chiederti: cosa penseranno i miei genitori di me se leggeranno quello che scrivo? Cosa penseranno le persone che mi conoscono? Mi giudicheranno? Le deluderò? Tutte queste domande ti impediscono di dare libero sfogo a ciò di cui vuoi veramente parlare, alla tua creatività. Liberati di loro. Come in tutte le cose, bisogna trovare il giusto equilibrio. Ma non è solo il giudizio degli altri a frenarti, secondo me. Dimmi: quanto sei severa con te stessa? Scrivere non è solo un processo meccanico e razionale. Non devi sempre basarti su tecniche e strutture ingegneristiche di costruzione narrativa. Scrivere è inizialmente e soprattutto un percorso emotivo. Abbatti il tuo censore interiore Il peggior giudice di noi stessi, siamo noi. Sei d’accordo? Quale vantaggio ottieni dal fatto di ostacolarti da sola? Perché devi aggiungere difficoltà e sfide a quelle già presenti nel mondo là fuori? Esatto, non hai alcun motivo per farlo. Ma allora da dove puoi partire per abbattere quel muro che troppo spesso si frappone tra te e la tua voglia di scrivere? #METTI SU CARTA LE TUE PAURE Se senti l’impulso di scrivere significa che qualcosa dentro di te spinge per uscire. Un metodo che ho sperimentato con successo su me stessa e che ho trovato molto efficace è scrivere di una mia grande paura. All’inizio ero riluttante, un po’ come l’eroe di Vogler, e spaventata. Mettere una delle mie paure su carta mi dava l’idea di renderla reale e concreta. Quindi l’ho presa alla larga, ma a poco a poco mi sono sciolta e finalmente è venuta fuori sotto forma di una storia che mi è piaciuta. Mi ci è voluto molto coraggio, ma il gioco è valso la candela. Tutta quell’aura di terrore che prima circondava quell’idea è svanita e ti dirò che dopo mi sono sentita sollevata e soddisfatta, è stato liberatorio. Prova a considerare questa possibilità. E se senti che ciò a cui stai pensando ti crea quel familiare e fastidioso nodo allo stomaco, quella resistenza razionale che vuole impedirti di continuare a scavare, non farti spaventare. Asseconda questa sensazione e vedi dove ti porta. Accetta quella paura, la sua esistenza, accoglila e trasformala. Se riesci a scrivere quello di cui fatichi a parlare, e che più o meno consciamente ti ritrovi a ignorare, ne trarrai un grande vantaggio. Il fatto di poterlo fare mettendo dei personaggi al tuo posto, ti permette di affrontare quella paura indirettamente e di camuffare il carattere autobiografico della vicenda. Spesso sono temi che ti emozionano, sia in positivo che in negativo, e a volte ti travolgono, ma sono proprio queste sensazioni forti a rendere palpabile e profondo ciò che scrivi e ti consentono di avere un impatto anche su chi legge le tue storie. Ma soprattutto, ti permettono di scavare dentro te stessa e accedere alla parte più autentica della tua creatività. #SCRIVI DI QUALCOSA CHE TI IMBARAZZA Forse è capitato anche a te di sognare di trovarti nuda in mezzo a una folla. Ho scritto “anche a te”? No, a me non è mai capitato… Indossiamo una maschera davanti agli altri, lo avrai già sentito dire, ma hai la possibilità di toglierla quando sei sola, seduta alla tua scrivania. Lì sei al sicuro, nessuno può disturbarti o giudicarti. Siete tu e il foglio bianco. Ciò che scrivi, ciò che sei, ha