Dieci false credenze sulla scrittura creativa

Di false credenze sulla scrittura creativa potremmo scovarne a bizzeffe, in questo articolo vorrei però focalizzarmi su alcune di esse. L’idea mi è venuta per merito (o a causa, decidi tu) del lavoro che svolgo come lettrice: valuto manoscritti per un’agenzia editoriale. Per le mani mi passano libri di ogni genere e da ognuno di essi c’è sempre qualcosa da imparare, nel bene o nel male. Dalle modalità di scrittura, lo stile, gli argomenti trattati si evince talvolta la personalità dello scrittore o della scrittrice che ha prodotto quell’opera, così come alcune idee errate che si radicano nella loro mente e rischiano di fargli perdere la bussola. C’è un’abisso tra chi sa scrivere e può permettersi di produrre un romanzo e chi, invece, non ha idea di ciò che sta facendo. Questo non significa, però, che chi non ha gli strumenti per scrivere una buona storia, non li possa acquisire. Eppure, alcune idee portano molti/e aspiranti scrittori e scrittrici a prendere sottogamba la propria formazione. Vediamo a cosa credono. Le false credenze sulla scrittura creativa Ne ho individuate dieci, potrai essere d’accordo con me o smentirmi; se vuoi, esponimi la tua idea nei commenti. Cominciamo! #1 L’idea giusta ti viene grazie all’ispirazione Tempo fa, non ricordo a quale fiera, ho assistito a un’intervista a Licia Troisi. Che ti piaccia il fantasy o l’autrice poco importa, in ogni caso ha indubbiamente successo. L’autrice raccontava in che modo sviluppa le proprie idee: osserva la realtà che le sta intorno, di continuo, e da ogni cosa trae spunto e la trasforma, in un drago, uno gnomo, una situazione dei suoi romanzi. L’ispirazione è davvero sopravvalutata. In parte è così, ha la sua utilità: a chi non è capitato di svegliarsi la notte con un’idea? (Ecco, quando ti capita, scrivi subito su carta o da qualche parte quello che ti è venuto in mente, altrimenti la mattina dopo sarà perso per sempre). Ma l’ispirazione non è tutto, perché puoi imparare a stimolare la nascita e la crescita delle idee ed essere, così, in grado di produrre storie a nastro. Ti piacerebbe, vero? Sappi che è possibile con delle buone basi. #2 Per scrivere, è sufficiente conoscere la grammatica e leggere dei libri Mi è capitato di conoscere aspiranti scrittori o scrittrici che non leggono libri. Quando accade mi chiedo sempre: perché? Cosa spinge una persona verso la scrittura, se non è interessata a leggere storie. Quindi, sì: leggere è utilissimo, ci aiuta a capire cosa ci piace, cosa non ci piace, cosa vorremmo scrivere e come farlo. E la grammatica, altroché se è importante! Ma cosa mi dici delle tecniche narrative, utili alla costruzione di una storia avvincente? Se leggi un libro ma non sai il motivo per cui ti piace, quindi non riesci a capire in che modo l’autore è riuscito a costruire una storia che ami, come puoi emularlo? #3 Non si può imparare a scrivere Posto il fatto che tu abbia imparato a scrivere a scuola, la scrittura creativa è tutt’altra cosa. Ogni libro può nascere da una situazione apparentemente insignificante, ma che puoi trasformare in qualcosa di grande, grazie alla tecnica, che ti aiuta anche ad avere un nuovo sguardo sulla realtà. È come se tu avessi una dote innata e fossi velocissima a nuotare, ma non conoscessi gli stili. Un buon nuotatore si allena e impara la tecnica per migliorarsi. Il talento non viaggia da solo, a un certo punto rischia di fermarsi (guarda questo corso e scopri quanti argomenti e tecniche puoi imparare. E queste sono solo le basi, credimi), ma se pensi di non averlo, puoi coltivarlo. #4 Arzigogolare ti rende cool Vuoi scrivere “erudito”? Sei sicura di esserne davvero capace? È adatto al target a cui ti rivolgi? Occhio, perché questa strada è scivolosa. Bisogna sempre prestare attenzione al pubblico che leggerà ciò che scrivi e a non far scivolare il tuo ego all’interno della storia. A volte, la semplicità premia di più, ma ci vuole sempre equilibrio. Posso anche avere un personaggio che parla “arzigogolato”, ma scrivere un libro non significa fare esercizi di stile e ostentare la propria cultura, perché a quel punto il lettore percepirà che non vuoi comunicare un messaggio, ma che vuoi solo gonfiare il petto. #5 La storia della tua vita è interessante, vuoi farne un libro Vuoi scrivere un’autobiografia? I drammi che hai vissuto meritano di essere messi su carta? Benissimo, ma non è così semplice come credi. Scrivere la propria autobiografia richiede delle competenze specifiche. È importantissimo imparare come trasporre la realtà su carta, romanzarla e renderla interessante. Il cerchio si chiude e si torna sempre allo stesso punto: per imparare a scrivere bisogna anche studiare. #6 La scrittura creativa segue regole precise Vero, ma cos’è una regola se non puoi violarla? #7 Gli editori accettano solo i manoscritti dei raccomandati Forse lo saprai già, ma Harry Potter e la pietra filosofale è stato rifiutato da ben 20 case editrici prima di vedere la luce. Quindi, potresti anche aver scritto una bellissima opera, e potrebbe anche accadere che l’editor che la valuta non colga le sue sfumature, o che in quel momento non vi sia spazio nel mercato editoriale. Potresti dover aspettare un momento migliore o fare scelte più mirate in merito alle case editrici a cui mandare la tua opera. A volte ci vuole un pizzico di fortuna, e anche molta costanza. #8 Auto-pubblicare è l’unica via Inutile generalizzare. Tutto dipende dai tuoi obiettivi. Al punto 7 hai visto cosa è successo alla Rowling. Mai dire mai, sempre che tu non abbia le carte in regola per tentare da sola. Auto-pubblicare non è l’unica via, ma per farlo, anche in questo caso, devi averne le competenze, perché non è tutto oro quel che luccica. #9 È già stato scritto “di ogni”, quindi inutile provarci Questa è terribile, vero? Perché perdere tempo e spremersi le meningi, se tanto ogni cosa che può passarmi nella mente è
Come evitare di scrivere descrizioni noiose

Scrivere descrizioni noiose non sarà più un tuo problema dopo aver scorso questo articolo. Un paio di settimane fa, ho letto un libro, Il ballo delle pazze, di Victoria Mas, pubblicato da edizioni e/o. Quello che mi ha colpito è il modo in cui l’autrice gestisce proprio le descrizioni. Ti sarà capitato di accorciare una descrizione (o anche più di una?) che ti sembrava troppo lunga e prolissa per paura di annoiare il lettore. Se da un lato descrizioni più brevi danno ritmo alla storia, dall’altro tagliarle o abbreviarle troppo potrebbe comportare un grande problema, che ho riscontrato in diversi romanzi che ho letto. La storia potrebbe, infatti, risultare decontestualizzata, povera di quei dettagli che la rendono verosimile. Sono certa che almeno una volta tu abbia ragionato su questo aspetto: come faccio a rendere meno noiose le descrizioni del mio romanzo? Quando è troppo o quando è troppo poco? Ti farò alcuni esempi che, spero, ti faranno vedere le descrizioni da un’angolazione completamente diversa, ma prima alcuni fondamentali. Come usare le sequenze? Quando ci approcciamo a un romanzo, noi editor siamo abituati a sezionare il testo in sequenze, quindi a verificare come viene gestito il ritmo. Come di certo saprai, un testo narrativo può presentare sequenze narrative, descrittive e dialogiche, ognuna delle quali ha una particolarità: #SEQUENZE NARRATIVE Sono caratterizzate dalle azioni che compiono i personaggi, sono dinamiche. Nelle scene che compongono le sequenze narrative accadono dei fatti. #SEQUENZE DIALOGICHE Lo dice la parola: sono costituite da dialoghi. I personaggi parlano tra di loro (o anche da soli, perché no). Oppure pensano, e in tal caso potrai trovarle sotto il nome di sequenze riflessive. #SEQUENZE DESCRITTIVE Sono quelle che interessano a noi oggi, e sono composte prevalentemente da descrizioni. Cosa significa descrivere nei romanzi di oggi? Davvero siamo rimasti fermi all’idea che una descrizione sia una parte del testo che deve necessariamente rimanere statica? Che descrive, ad esempio, una stanza, con la sua mobilia, o un personaggio, nel viso e nell’abbigliamento? Mi perdonerai se banalizzo, ma è per rendere l’idea. Ci sono descrizioni meravigliose che sanno cogliere l’essenza di chi o cosa entra in scena, e diventano indimenticabili. In questo articolo ho evidenziato gli strumenti che puoi sfruttare per scrivere descrizioni efficaci, dacci un’occhiata: Quando e perché usare la descrizione. Adesso, però, vorrei focalizzarmi su come descrivere senza annoiare. L’essenza di ciò di cui ti voglio parlare viene perfettamente riassunta da Veronesi, nell’incipit del suo romanzo vincitore del Premio Strega 2020: Il quartiere Trieste di Roma è, si può ben dire, un centro di questa storia dai molti centri. È un quartiere che ha sempre oscillato tra l’eleganza e la decadenza, tra il lusso e la mediocrità, tra il privilegio e l’ordinarietà, e per adesso tanto basti: inutile descriverlo oltre, perché una descrizione potrebbe risultare noiosa, all’inizio della storia, addirittura controproducente. Del resto, la migliore descrizione che si può dare di qualunque posto è raccontare cosa vi succede, e qui sta per succedere qualcosa di importante. Sandro Veronesi, Il colibrì, La Nave di Teseo, 2019 Questo passaggio sintetizza bene il succo di ciò che sto per dirti. Il punto è, come dice Veronesi, che “la migliore descrizione che si può dare di qualunque posto è raccontare cosa vi succede”. Fra poco vediamo cosa significa questo concetto. Vorrei prima attirare la tua attenzione su un dettaglio fondamentale. Le sequenze a cui ho fatto cenno poco fa si intendono “pure”. Ciò significa che se scrivo una sequenza dialogica, userò esclusivamente il dialogo in quel passaggio. Non ci saranno didascalie o descrizioni. Lo stesso discorso vale per gli altri due tipi di sequenza. Sequenze descrittive pure venivano usate dagli autori dell’Ottocento per consentire ai lettori di visualizzare cose che probabilmente non conoscevano (sai com’è, non avevano mica Internet). Se provi a prendere un qualsiasi romanzo moderno, noterai invece che le sequenze non si presentano pure, ma sono degli ibridi. Potremmo addirittura dire che un testo narrativo è composto da un’unica enorme sequenza che include narrazione, dialogo e descrizione in parti diverse, a seconda dell’effetto che si vuole ottenere. Ma arriviamo al punto: come si evita una descrizione noiosa? Vediamo come fa Victoria Mas: A Parigi è l’alba. Per le strade la popolazione mattutina calpesta già il selciato. Lungo la Senna e sul canale Saint-Marin decine di lavandaie vanno verso i battelli attrezzati a lavatoi portando sulle spalle sacchi pieni di biancheria di borghesi. Gli straccivendoli, dopo aver passato la notte a cercare merce da rivendere, trascinano le pesanti carrette cariche dei sacchi della raccolta notturna. Agli angoli delle strade si susseguono gli addetti ai lampioni per spegnere manualmente i beccucci a gas. Alle Halles, i mercati generali che Émile Zola definisce il ventre di Parigi, i mercanti scaricano cassette di frutta e verdura, tirano fuori il pesce dal ghiaccio e tagliano la carne. Non lontano, in rue Saint-Denis, così come in rue Pigalle o in rue de Provence, le prostitute aspettano di fare un’ultima marchetta o respingono un cliente ubriaco. Gli strilloni escono dalle tipografie con i pacchi dei giornali che si portano dietro in sacche a tracolla. Nei vari quartieri i primi profumi di pane caldo raggiungono le narici di operai e operaie, portatori d’acqua, carbonai, spazzini e stradini, e tutte quelle figure fanno già vivere Parigi mentre l’aurora comincia a illuminare i tetti. Victoria Mas. Il ballo delle pazze, edizioni e/o, 2019, p. 105 Cosa puoi imparare da questa descrizione? Spero tu l’abbia letta con piacere, io la rileggerei all’infinito. In queste poche righe c’è tutto. Veniamo subito a conoscenza del luogo e dell’ora (“A Parigi è l’alba”). Le lavandaie cominciano il loro lavoro ai lavatoi, di certo il romanzo non è ambientato ai giorni nostri, e quando vengono citati i borghesi e poi Zola, possiamo essere sicuri di aver individuato il periodo in cui ci troviamo (l’autrice avrebbe potuto palesarlo e dare alcuni dettagli storici, che tuttavia sarebbero risultati didascalici) e il tessuto culturale che ne consegue.
La capacità di sintesi in narrativa

La capacità di sintesi in narrativa è diventata una condizione spesso necessaria quando si tratta di scrivere un libro, oggi. Se con la nascita del romanzo — parliamo da Don Chisciotte in poi (vedi, Discorso sul romanzo moderno di Alfonso Berardinelli, Carocci editore) — svettavano tra le pagine arzigogoli e virtuosismi, e lunghe descrizioni, oggi non è più così. Questo perché un tempo non c’era la possibilità di viaggiare che abbiamo oggi, non c’erano potenti mezzi di comunicazione (internet), non c’era la tv. L’unica occasione che le persone avevano per conoscere il mondo era attraverso i libri che leggevano. Le immagini, oggi, manipolano il mercato, sia quelle derivanti da schermi di ogni tipo sia quelle che le pagine di un libro sono in grado di evocare. Pensa solo al marketing e alle pubblicità, che riducono le informazioni ai minimi termini e si giocano la tua attenzione con poche parole. Siamo diventati esseri facilmente annoiabili e abbiamo bisogno di continui stimoli. La narrativa deve stare al passo con i tempi e ha bisogno di essere veloce, ritmata, di dare subito una visione chiara di ciò che vuole mostrare. Catturare l’attenzione è la parola d’ordine, e devi imparare a farlo subito. Ecco perché è indispensabile capire come affinare la tua capacità di sintesi quando scrivi un testo narrativo. La sintesi è la risposta Come ho detto in questo articolo: Racconto o Romanzo? bisogna avere qualcosa da dire; inutile allungare il brodo solo per riempire pagine. Girare intorno ai concetti che vuoi esprimere, presumendo che in questo modo arrivino più chiaramente al lettore, è spesso un errore. Perché? Perché denota inesperienza, insicurezza, e irrita il lettore, che pretende di avere una parte attiva nella narrazione, vuole intuire cosa faranno i personaggi, cosa provano, anticipare quello che accadrà e come si risolverà la storia, senza essere imboccato a dismisura. Sintesi non significa sminuire un testo o mutilarlo in alcune sue parti. Al contrario, vuol dire esaltarne l’essenza attraverso le parole giuste. Istruzioni per l’uso Per farti capire cosa intendo, riprendo l’articolo sulla premessa drammaturgica che ho scritto di recente, in cui ho riassunto alcune fiabe in una frase o poco più. Prendiamo ad esempio quella di Cappuccetto Rosso: Una bambina va a trovare la nonna e scopre che è stata mangiata da un lupo. Viene mangiata a sua volta, ma un cacciatore le salva. Prima di ridursi a questa singola frase, l’idea originale suonava più o meno così: Una bambina, nonostante gli avvertimenti della mamma, attraversa il bosco per andare a trovare la nonna malata e portarle dei biscotti. Nel tragitto si imbatte nel lupo cattivo che la circuisce e la precede a casa della nonna, la mangia, ne prende il posto e aspetta. Quando Cappuccetto Rosso arriva, la inganna e mangia anche lei. Un cacciatore sente le grida di Cappuccetto Rosso, accorre, uccide il lupo e salva lei e la nonna. Quattro lunghissime frasi per dire cosa? Ci ho riflettuto un po’, facendo altre prove e accorciando lentamente la premessa, per arrivare poi a quella finale. Su cosa ho ragionato? Sugli elementi che realmente servivano per far capire lo svolgimento dei fatti. Ti faccio un altro esempio con un mini racconto (drabble) che ho scritto di recente. Ho dovuto rivederlo e accorciarlo per non superare le 100 parole. Questo lavoro minuzioso mi ha consentito di ragionare sul testo e limarlo dove serviva. Evidenzio le parti modificate per darti un’idea di come ho agito. VERSIONE ORIGINALE «Quando devi prendere una decisione, la decisione deve essere tua, solo così gli eventi si piegheranno al tuo volere. Altrimenti, morirai.» “La mia decisione.” Quelle parole rimbombarono estranee nella sua stessa mente. Lo sciamano lo fissava, lo sguardo cieco. Kletis stringeva ancora nella mano sinistra il medaglione che gli aveva regalato suo padre prima di morire. Aprì il palmo, sulla carne gli era rimasto il timbro dello stemma della sua famiglia; sul retro del prezioso oggetto, un’incisione: “Un re sconfitto è un re morto, e così la sua progenie”. Kletis mise a tacere il suo vero io, chiuse gli occhi, inspirò e attese. VERSIONE REVISIONATA «La decisione deve provenire dal tuo vero io, solo così gli eventi si piegheranno al tuo volere. Altrimenti, morirai.» “Il mio vero io.” Parole che risuonarono estranee alla sua stessa mente. Lo sciamano lo fissava, lo sguardo cieco. Kletis stringeva ancora nella mano sinistra il medaglione che gli aveva lasciato suo padre prima di spirare. Aprì il palmo; sulla carne, il marchio del sigillo di famiglia; sul retro del prezioso oggetto, un’incisione: “Un re sconfitto è un re morto, e così la sua progenie”. Kletis mise a tacere il suo vero io, chiuse gli occhi, inspirò e attese. Prendiamo la parte centrale della drabble: Kletis stringeva ancora nella mano sinistra il medaglione che gli aveva lasciato suo padre prima di spirare. Aprì il palmo, sulla carne il marchio del sigillo di famiglia… Il padre stava per morire, quindi lo immaginavo agonizzante e l’idea che dicesse: “Ehi, figlio! Ti faccio un regalo” mi sembrava piuttosto bizzarra (visto che poi è una profezia nefasta). Glielo lascia, semplicemente, magari mentre la mano gli cade lungo il fianco senza vita. Regalare dà un’immagine completamente diversa. Parliamo del “timbro” sulla mano, non siamo mica alle Poste ;), allora ho pensato che la parola “marchio” fosse più adatta, anche a livello simbolico. Lui è marchiato dalla sua dinastia, da obblighi e doveri. I segni del bassorilievo del medaglione gli rimangono impressi come un marchio sulla mano. E si parla di un sigillo, non di uno stemma. Anche in questo caso mi sembrava molto più appropriato a livello simbolico: un sigillo è qualcosa che ti vincola. Poi ho lavorato sulla costruzione della frase, mantenendo gli elementi indispensabili e velocizzandone il ritmo. Sintesi e parole Si tratta quindi non solo di tagliare parti superflue, ma di scegliere le parole che ti consentono di esprimere in modo efficace il concetto, di trasmettere immagini, di creare mondi e stimolare emozioni nella mente
Imitare non è copiare

Mi è capitato di imbattermi in aspiranti scrittori che non avevano mai letto nulla (o quasi) in vita loro. E mi è capitato di sentire giustificazioni a dir poco discutibili: non leggo perché non voglio che il mio stile venga influenzato da altri. La paura di prendere inconsciamente troppi spunti da un’opera in commercio ha senso fino a un certo punto. È normale che un lettore sia influenzato da ciò che legge e che uno scrittore sia condizionato dai suoi autori e autrici preferiti. Questo non significa che ciò che scaturirà dalla sua penna sarà una copia di quello che qualcun altro ha già scritto. Imitare non è copiare. Questione di stile? Il timore di essere influenzato nello stile è un falso problema. Lo stile dipende da il tuo approccio alla scrittura: come sei abituata a scrivere? in modo diretto o più riflessivo? come usi la punteggiatura, le frasi, i periodi? il testo che stai scrivendo: che genere è? la tua esperienza e costanza: da quanto scrivi? come è maturato il tuo modo di scrivere nel tempo? Quando era agli inizi, Stephen King riscriveva i racconti che leggeva. Li riscriveva da capo, provando a farlo in modo diverso. Ha cominciato così e guarda ora (On writing, Stephen King). Quello che fai, quando scrivi, è rielaborare storie e parlare di temi di cui qualcun altro ha già scritto. È normale. Lo stile ti aiuta a rendere diverse e originali le tue storie, ma serve esperienza per affinarlo. E non sarà sempre uguale a sé stesso per ragioni che dipendono da chi sei, da come cambi e dalle necessità del tuo manoscritto. Perché imitare non è copiare Imitare ti aiuta a far maturare il tuo modo di scrivere. Difficile trovare qualcuno che nei suoi primi scritti non si sia ispirato a un autore o autrice che ama leggere. Da ragazzina, le prime volte che ho preso in mano una penna, cercavo di dare un tono alle mie parole. Le gestivo in modo aulico, scrivevo testi estremamente introspettivi, cercavo parole dal suono poetico. In realtà, sebbene sul momento i miei scritti mi apparissero “gagliardi”, poi mi sono sembrati stupidi, e sono cambiata. Ho voluto farlo, perché quel modo di scrivere non mi apparteneva e non arrivava al cuore di ciò che volevo comunicare. Hai mai provato questa sensazione? Di certo, se rileggi i testi che hai scritto cinque anni fa rischi di rimanerne inorridita, probabilmente riscriveresti tutto in modo diverso. Potresti anche farlo. Ecco cosa intendo quando dico che la scrittura cambia con noi. Ma non lo farà mai se non ti togli dalla testa il fatto che ti sembra di copiare altri. È ovvio che non puoi riscrivere per filo e per segno un romanzo usando parole identiche e ricalcandone la trama, ma prova a tracciarne con sensibilità i punti forti, chiediti perché determinati passaggi ti emozionano. Trai spunto da lettrice matura. Blocco dello scrittore? A volte ti blocchi perché pensi: “naaa, questa idea è trita e ritrita!”, l’ha già scritta Tizio o Caio. [Leggi anche Blocco dello scrittore? No, grazie.] Può darsi, ma può anche darsi che se ne parli tu assuma quella sfumatura originale di cui ha bisogno per raggiungere il cuore dei lettori. Quante volte ti sei bloccata perché pensavi di non avere idee abbastanza “nuove”? André Gide (scrittore francese della prima metà del Novecento) diceva: Tutte le cose sono state già dette; poiché nessuno ascolta, occorre sempre ricominciare. Magari qualcuno ascolta anche. Il fatto è che ci si dimentica. Da parte mia, vorrei leggere da mattina a sera, non ho abbastanza tempo per farlo. E la frenesia di leggere tante storie poi rischia di provocare un sovraffollamento nel cervello. E così bisogna far spazio magari archiviando in un cassetto immaginario le letture più vecchie. Ci rimangono le sensazioni di quel testo, ricordi qua e là, e va bene, ma di alcuni temi non ci si stanca mai, né di parlarne né di leggerne. Trovare la propria voce Provare a districarsi tra stili diversi, mettersi in gioco facendo esperimenti narrativi, cimentarsi in generi che non conosci, ti permette di trovare la tua voce. Di capire di cosa ti piace scrivere e cosa ti viene meglio. A volte si fanno davvero scoperte strepitose e si impara molto. Uno dei primi esercizi che ho fatto quando frequentavo il corso di scrittura creativa che ora conduco è stato scrivere una storia secondo le tappe del viaggio dell’eroe di Vogler. Non sapevo da dove cominciare, tutte quelle tappe mi mandavano in confusione, mi sembravano troppe e il risultato appariva artificioso. Mi sono messa lì, d’impegno, per diverse ore, giorni, settimane. Sono riuscita a tirarne fuori un racconto lungo, distopico (??). Chi mi conosce sa che questo proprio non è il mio genere. Mi piace leggerlo, ma faccio una fatica matta a scriverne. Eppure, ora è in un’antologia, tra i finalisti di un concorso che, seppur piccolo, mi diede gran soddisfazione, perché è stato uno dei primi racconti “seri” che ho scritto. Sperimentare, imitare, non copiare Quindi, nessuno copia. Cioè: proprio nessuno nessuno non direi. Casi di plagio ce ne sono, è ovvio, ma sono certa che non è la tua situazione. Penso che ognuno di noi abbia il diritto di trarre ispirazione dalle proprie letture. Dopotutto, ci fanno riflettere, ci aprono a nuove idee, stimolano la nostra fantasia. Diversi corsi di scrittura creativa propongono esercizi di riscrittura del tipo: rielabora l’incipit del tal romanzo in stile giornalistico, oppure a modo tuo, dando rilievo ad aspetti diversi, cambiando il punto di vista, il tempo verbale, mettendoci un personaggio differente. Oppure: prendi un personaggio di un romanzo che ti piace (o di un film) e mettilo dentro a un’altra storia inventata da te. Ci sono molti esperimenti che puoi fare per trovare la tua voce. Prova e vedrai come la tua scrittura maturerà sotto i tuoi occhi e non aver paura di essere una copiona. Questo non è un compito in classe, ma un esercizio di stile. Sono
3 modi per rendere autentico un personaggio

Quello che più mi conquista all’interno di un romanzo è l’autenticità dei personaggi. Spesso si sottovaluta l’importanza del loro arco narrativo e della loro caratterizzazione, specialmente nei casi dei romanzi di genere. Ti faccio un esempio. Se scrivi un romanzo rosa, ti viene naturale individuare nel personaggio femminile (o anche maschile) un carattere chiuso, perché probabilmente in passato ha dovuto affrontare la fine turbolenta di una relazione, o un tradimento. Questo processo automatico, che non approfondisce gli aspetti insiti nella natura umana, rischia di togliere originalità ai personaggi e alla storia, di conseguenza. Se scrivi un romanzo giallo, invece, dai più rilevanza alla trama: chi muore? perché? chi poteva essere interessato a togliere la vittima di mezzo? Questo ti porta a definire un certo tipo di background dei personaggi, ma sempre in riferimento al delitto, non alla loro specificità e unicità. Come al solito, tutto è relativo, non c’è giusto o sbagliato, ci sono gialli che funzionano molto bene anche senza personaggi eccessivamente caratterizzati. Ma pensa a cosa accadrebbe se i personaggi di uno di questi romanzi prendesse vita tra le pagine e cessasse di essere al servizio della storia ma ne fosse il promotore o la promotrice. Quando i personaggi portano avanti la storia Sono personaggio-centrica quando insegno scrittura creativa, me ne rendo conto. Ma non credo sia solo un mio pallino. I personaggi ci aiutano a coinvolgere il lettore, a instaurare con lui il patto narrativo. A rendere reale ciò che scriviamo. La vita è fatta di persone e deve essere così anche per le storie. Spesso i libri ci raccontano episodi in cui ci immedesimiamo; ci fanno riflettere su come ci saremmo comportate noi. Ogni individuo è diverso dall’altro, vale per i personaggi, vale per il confronto tra noi e loro. Il coinvolgimento non riguarda solo sentimenti positivi: io posso apprezzare e condividere il comportamento di un personaggio, ma posso anche non farlo, disprezzarlo. Potrebbe darmi fastidio. Anche i sentimenti negativi possono portarci a riflessioni interessanti: perché disprezzi quel personaggio? Forse ti fa da specchio? Ci sono tratti in lui in cui ti rivedi e che non ti piacciono di te stessa? Io questi viaggi mentali me li faccio, è uno dei motivi per cui amo leggere. Ma come faccio a rendere autentico un personaggio? Autenticità è una parola bellissima, secondo me. Deriva dal greco αὐϑεντικός, der. di αὐϑέντης “autore; che opera da sé”. Esprime un concetto che esclude la falsità, e già questo di per sé sarebbe un immenso passo avanti per il genere umano. Facciamo sempre moltissima fatica a essere noi stesse, anche inconsciamente, per paura. A volte tendiamo a plasmarci ad hoc a seconda di chi abbiamo davanti. Eppure, sono convinta che questa autenticità possa aprire molte porte. Bisogna avere coraggio. Conoscere le sfumature dell’indole umana e conoscere te stessa sono armi fondamentali per riservare ai personaggi che crei le caratteristiche che più ti servono. Ci sono alcuni accorgimenti su cui puoi basarti per la costruzione di un personaggio autentico. In questo articolo ne ho individuati 3 che credo siano i più importanti da tenere in considerazione: #LE SUE DIFFICOLTÀ Mi è spesso capitato di valutare romanzi in cui la trama filava liscia come l’olio: il protagonista o la protagonista avevano un obiettivo e riuscivano a ottenerlo con facilità, versando solo qualche micro goccia di sudore. Magari fosse così facile! Quante volte ti è capitato di riuscire a ottenere subito ciò che volevi? Davvero ti è successo? Sei sincera? Io, invece, ho sempre faticato, sono impazzita a volte per raggiungere i miei obiettivi. Ma sono la tenacia e la volontà di riuscire, nonostante i fallimenti, la vera forza di una storia. Immagina il personaggio in difficoltà, come se dovesse scalare una montagna e prima di arrivare in vetta si imbattesse in diverse prove (una frana? una roccia da scavalcare? una bestia feroce?). Crea per lui/lei un percorso a ostacoli. Vederlo soffrire porterà il lettore ad accompagnarlo con partecipazione nel suo viaggio. Conosci La storia infinita? Il concetto che ho espresso è davvero molto evidente in questo romanzo. Bastiano si chiude nella soffitta della scuola a leggere il libro della Storia infinita; segue le avventure di Atreju, un ragazzino come lui che affronta avventure e mille difficoltà: perde il suo cavallo, riesce a stento a uscire vivo da una palude, ecc. E alla fine sembra quasi aver fallito. Una storia nella storia. A un certo punto, davanti allo specchio, Atreju e Bastiano sembrano quasi fondersi in un’unica persona. #LA SUA FAMILIARITÀ… … al lettore ma soprattutto a te che scrivi di lui/lei. Conoscere il tuo personaggio ti permette di renderlo reale. Quindi, non aver paura di sviluppare ogni minimo dettaglio della sua vita passata, presente e futura. Poi è ovvio che non inserirai la sua data di nascita e quanto erano contenti i suoi genitori quando è nato, ma il solo fatto di sapere determinate cose ti consente di esprimerle nel sotto-testo e di trasmetterle al lettore, anche se non le espliciti. I lettori leggono per sognare altre vite, amano immaginare quello che circonda la storia e i personaggi, adorano vestire i loro panni e anticipare ciò che seguirà. Perché togliere a loro questo piacere e a te quello di una stesura senza intoppi? #I SUOI DIFETTI Prima ho parlato di coraggio, anche in questo caso ce ne vuole. Avere il coraggio di andare a fondo negli antri bui della mente dei tuoi personaggi ti consente di essere sincera anche con ciò che vuoi scrivere. Bisogna abbattere quel muro che ti separa dalla carta (o dal documento vuoto sul pc). Entraci dentro e lasciati andare. Individua i difetti del tuo personaggio, poniti delle domande su di lui: di cosa ha paura? qual è la caratteristica che gli impedisce di cambiare e di evolversi? cos’è che non gli permette di conquistare ciò che vuole? Abbi il coraggio di picchiare duro su questo aspetto e di guardarti dentro: cosa ti preme comunicare? Più i difetti saranno grandi e rilevanti, più aumenteranno le difficoltà
Il messaggio della narrazione

Probabilmente saprai che il messaggio della narrazione è un elemento importante da cui partire. Oggi vorrei proprio parlarti di questo: come fare a scrivere una storia partendo dal messaggio che vuoi comunicare. Il mio maestro di scrittura creativa mi diceva spesso che ognuno di noi ha sempre qualcosa da dire. Se ti fermi un attimo a riflettere, sentirai montare dentro di te una marea di domande, affermazioni, immagini che portano con sé numerosi spunti per iniziare. Quindi non fermarti davanti alla pagina bianca o al cursore lampeggiante sul nuovo documento di Word. Io sono sicura che tu abbia moltissime cose da dire. Ma di cosa parlo? La prima cosa a cui starai sicuramente pensando è: di cosa posso parlare, visto che ormai tutti hanno già parlato di tutto? Questa è un’ottima osservazione, e di certo una buona scusa per non metterti alla prova e cominciare a scrivere davvero qualcosa. [Leggi anche Idee per scrivere una storia: come trovarle?] Potrebbe essere un messaggio qualsiasi, come l’amore fa schifo, la vita fa schifo, senza amore siamo tutti perduti, in un mondo così non si trova lavoro (ma forse puoi trovare anche un argomento positivo da trattare). Dentro di noi siamo piene di messaggi, che sono la base per costruire una narrazione. Cosa ci manca, quindi? Un qualcosa in più affinché quel messaggio sia efficace e non risulti banale. Puoi parlare di quello che ha già pensato o detto qualcun altro, ma puoi anche trovare un modo originale per farlo. Il messaggio del tuo romanzo o del tuo racconto non deve riguardare qualcosa di cui non si è mai parlato (oppure sì, se hai un’idea geniale). La sua vera forza è come affronterai quel determinato argomento. Ma quindi, quali caratteristiche deve avere il messaggio della narrazione? Le due caratteristiche principali del messaggio Sin dall’antichità, la proto-narrazione poteva essere utile a scoraggiare alcuni comportamenti, come ad esempio: la storia di Marik che va nella foresta di notte, nonostante gli avvertimenti dei vecchi saggi, e viene mangiato da una tigre. Le pitture rupestri veicolavano messaggi; poteva essere un avvertimento, come in questo caso: non uscire di notte perché rischi la pelle. In base a quanto detto finora, posso intanto dirti che un messaggio non deve salvare la vita di nessuno, oggi. Però chissà, potrebbe comunque essere molto importante per qualcuno, aiutarlo a trovare delle risposte. Ti è mai capitato di leggere un libro in un momento in cui avevi proprio bisogno di sapere o di renderti conto di alcune cose e quel libro era proprio quello giusto? Sono sicura di sì. Metti da parte l’ansia da prestazione e ritrova la tua lucidità. Fra poco saprai quali sono le caratteristiche essenziali che deve avere il messaggio. Prima però lascia che ti sottolinei la sua importanza. Forse hai un’indole istintiva, che trova più semplice cominciare a scrivere, tanto il messaggio viene da sé. Il messaggio, in effetti, può anche sgorgare spontaneamente dalla storia. A volte, però, qualcosa si intoppa: non riesci a partire, oppure la tua storia non riesce a comunicare con efficacia ciò che intendevi dire. Ecco allora che prendere spunto da un’idea chiara di messaggio può darti una direzione e aiutarti a portare a termine con coerenza la storia. Ascolta bene il mio consiglio: il messaggio della narrazione deve avere due caratteristiche principali. #essere importante per te che scrivi Se sviluppi una trama che parla di un argomento a cui sei in un qualche modo legata, o che comunque ti tocca, sei in accordo o in disaccordo con questa cosa, puoi scavare più in profondità. Questo aspetto è fondamentale per due motivi: ti permette di conferire pathos alla narrazione, perché ci tieni (e il lettore se ne accorgerà) ti aiuta ad affrontare la storia con entusiasmo, proprio per il fatto che senti l’urgenza di parlare di un determinato argomento #essere chiaro, sintetico e positivo Non scriverò: “Non è vero che il male vince sul bene” ma “Il bene vince sul male”. Questo ti permette di rendere trasparente il messaggio. Evita di scriverne uno contorto che capisci solo tu (o forse neanche). Il bene vince sul male, ad esempio, è un messaggio che è stato veicolato da storie molto diverse tra di loro. La base rimane la stessa, ma i contenuti, le atmosfere, il modo di trasmetterlo sono differenti. Pensa a Harry Potter o a Star Wars. Un messaggio, se sviluppato bene, può avere successo. Non bisogna confondere la semplicità del messaggio con la banalità. Spiegare il messaggio della narrazione? Pensa al messaggio come se fosse il tuo metro di misura. Ma cosa ci misuro? mi chiederai. Ti serve per misurare l’entità del conflitto l’ampiezza dell’arco di evoluzione del personaggio. Quanto cambia? Molto? Poco? In che modo? Inoltre – non mi stancherò mai di ripeterlo – ti aiuta a direzionare la storia. Quale sarà il suo andamento e come deve comportarsi il personaggio affinché sia coerente con il messaggio che hai scelto? Se lo hai deciso a priori e lo hai ben chiaro in mente, ti sarà semplice trasmetterlo con la tua storia. Se invece non è chiaro, rischi di scivolare su una bella buccia di banana e di fare la paternale al lettore, che magari non ha capito niente di ciò che ha letto finora e che si annoierà quando tu cercherai di spiegarglielo. Evita, quindi, i messaggi sotto forma di spiegoni alla fine della storia, del tipo: “dovevate dedurre, cari lettori, cari spettatori, che l’amore vince su tutto perché sicuramente non l’avete capito perché io non sono in grado di scrivere una storia chiara”. Capisci che rischia di essere un’ammissione di colpevolezza? Gli spiegoni fanno sentire stupido il lettore. Poi è chiaro che con trame molto complesse il messaggio arriverà con sfumature diverse, ma magari il lettore si confronterà con qualcuno che ha letto quello stesso libro e ci ragioneranno insieme sopra. Il ragionamento è sempre meglio dell’imboccata; si imboccano solo i bimbi, solo fino a una certa età, poi fanno da soli. Il messaggio è, quindi, la risultante