I simboli narrativi: come usarli in un libro?

Simboli narrativi

«Dunque, la prima porta si chiama Porta del Grande Enigma. La seconda, Porta dello Specchio Magico. E la terza è la Porta Senza Chiave…»«Strano», lo interruppe Atreiu, «per quel che posso vedere, dietro la prima porta non si vede altro che una pianura deserta. Dove sono le altre porte?»«Silenzio!» ordinò Enghivuc in tono di comando. «Se continui a interrompermi non posso spiegare niente. È tutto molto, molto complicato! Le cose stanno così: la seconda porta c’è solo quando hai varcato la prima. E la terza, quando hai oltrepassato la seconda. […] Prima non esiste nulla di tutto questo. Non c’è, semplicemente non esiste, capito?» Michael Ende, La storia infinita, Longanesi & C., Milano, 1981, pp. 98-99 un ragazzetto grassoccio, che poteva avere press’a poco la sua stessa età, seduto a gambe incrociate su un mucchio di stuoie, intento a leggere un libro che teneva sulle ginocchia. Era avvolto in vecchie coperte grigie sfilacciate. Gli occhi del ragazzo erano grandi e lo sguardo molto triste. Dietro di lui si vedevano sullo sfondo alcuni animali immobili nella penombra, un’aquila, un gufo e una volpe, e un poco più lontano ancora qualcosa che somigliava a uno scheletro bianco. Ma con precisione non lo si poteva distinguere Michael Ende, La storia infinita, Longanesi & C., Milano, 1981, pp. 107-108

Le mie letture estive, cosa mi è piaciuto e cosa no

Le mie letture estive

Le mie letture estive? Eccole pronte e ben cotte! L’estate non è ancora finita, lo so, ma quest’anno, sotto l’ombrellone e sul cucuzzolo della montagna, sono già riuscita a farmi una bella scorpacciata di libri. Ho deciso di darmi al thriller, principalmente. Non perché sia il mio genere preferito ma perché non ne leggevo da un po’. Ho una lista infinita di libri ancora da aprire e vorrei avere una bolla temporale per infilarmici dentro e leggere a volontà. E poi uscirne e scoprire che il tempo all’esterno non è passato. Sarebbe bello, già. Ma non si può. Quando leggo libri per svago parto alla grande di solito, cercando di liberare la mente e lasciarmi andare. Ma. Perché in effetti c’è un ma. A un certo punto, capita che subentri il mio insaziabile desiderio di analizzare e smontare tutto, con il rischio di non godermi proprio niente e di svegliare lo spirito criticone. Giuro che non lo faccio apposta.   Le mie letture estive Cosa ho letto in questo mese? Come dicevo, sono partita dal thriller e ho letto due libri di Donato Carrisi. Ho cominciato dall’ultimo uscito.   Lettura estiva #1 Io sono l’abisso di Donato Carrisi Mi ha incuriosita la trama: l’idea che un netturbino vada a rovistare nell’immondizia delle persone e ne tragga informazioni è affascinante. Di certo accade anche nella realtà, purtroppo, per scopi poco nobili, e così avviene nel libro. #PRO Sono stata accompagnata verso un colpo di scena delicato: ne intuisci il sapore ma non ci vuoi credere. Carrisi semina indizi in modo consapevole e minuzioso, non a valanga. La percezione è che scavi in profondità. Quello che mi ha affascinato di più è stato il modo in cui l’autore, con maestria, ha integrato personaggi e contesto narrativo, sembra quasi casuale. Non l’ho notato subito, mi si è sedimentato nella mente per poi emergere con decisione durante la lettura. L’ambientazione, il lavoro, la casa in cui vivono i personaggi principali sono simbolo della loro interiorità. #CONTRO Con l’addentrarmi nella narrazione, e quando mi sono accorta di questa simbologia, la storia mi ha investita e coinvolta, sebbene fino a quel momento mi fosse sembrata semplicemente costruita bene e in modo certosino. #PERCHÉ LEGGERLO È un libro che sa inquietare senza essere splatter o “telefonare” le cose. La carta vincente è quello che non viene detto; te lo lascia immaginare e ti esplodono le idee nella testa. Ti aiuta a capire come creare tensione, come costruire personaggi integrati al contesto, come distribuire gli indizi nella trama.   Lettura estiva #2 La casa delle voci di Donato Carrisi A ruota ho letto La casa delle voci. Scorpacciata di Donato Carrisi, dici? Ebbene sì, non ne avevo abbastanza di inquietudine. #PRO La narrazione ti trascina tra realtà, psicosi e ipnosi. A un certo punto cominci a dubitare di tutto. Un vero macello, giuro. Dire che Carrisi usa la penna come un bisturi definisce bene l’impressione che mi dà il suo modo di scrivere. #CONTRO Anche in questo caso, la strutturazione del romanzo permette a ogni pezzo di incastrarsi perfettamente, e all’inizio sembra solo una storia scritta bene. Ma l’emozione arriva dopo, abbi fede. #PERCHÉ LEGGERLO È una tormenta che ti tormenta, a livello psicologico. Ti perdi per poi ritrovarti. Ma anche alla fine non ne hai la certezza. Ti aiuta a capire come gestire la psicologia di un personaggio e come confondere in modo consapevole il lettore.   Lettura estiva #3 Dormi stanotte sul mio cuore di Enrico Galiano La dolcezza della scrittura di Enrico Galiano non la conoscevo. Questo romanzo l’ho preso in biblioteca, in realtà cercavo Eppure cadiamo felici, ma non ce l’avevano. Non ce l’avevano, capisci? Io no, non ho ancora capito perché, e quella gran genialata del servizio inter-bibliotecario in agosto viene sospeso (giustamente). #PRO Il duetto Mia/Margherita è incredibile. Ma anche talmente credibile che le scene in cui si confrontano ti si parano davanti come realtà. Le pagine filano via liscie, l’ho letto in tre sere. E la vivacità e sensibilità di Mia, la violenza dei suoi sentimenti, la sua passione per la vita sono davvero tipici di chi si affaccia all’adolescenza con curiosità e paura, ma sapendo di avere accanto qualcuno che ti capisce. #CONTRO Mi è dispiaciuto finire il libro, mi sono affezionata davvero molto a Mia, a Fede e a Margherita. Ma non credo che questo sia proprio un “contro” ;p #PERCHÉ LEGGERLO Per ricordare. E da adulti, ricordarsi di ascoltare chi ha meno anni di noi. Ti aiuta a capire come usare i ricordi e la sensibilità dell’adolescenza per creare una storia sottile e d’impatto.   Lettura estiva #4 L’Italia in seconda classe di Paolo Rumiz Un libro originale, corredato dai disegni di Altan, davvero sagaci. #PRO Questo libro è come un treno. Viaggia alla stessa velocità e ti porta per 7480 chilometri in giro per l’Italia, su treni accartocciati e locomotive d’altri tempi. Lo stile è brillante e senza tabù, accompagnato da un personaggio singolare e misterioso. #CONTRO A volte è davvero troppo veloce 🙂 #PERCHÉ LEGGERLO Per assaporare cosa significa viaggiare davvero, senza l’alta velocità, e vedere con occhi diversi la rete ferroviaria italiana. Ti aiuta a capire come rendere originale una narrazione.   Lettura estiva #5 L’enigma della camera 622 di Joël Dicker Mumble mumble… Ero indecisa se leggerlo o meno, ma mi guardava dallo scaffale. Qualche anno fa lessi La verità sul caso Harry Quebert e sebbene mi avesse presa per il bavero (o la maglietta, forse è meglio), tutto quel susseguirsi di falsi finali e colpi di scena mi aveva stancata. De gustibus. Ma ho voluto dargli un’altra possibilità. #PRO Seicento pagine che non si sentono. Dicker non si smentisce e scorre via che è una meraviglia. Gli intrighi sono costruiti bene, tutto sembra congeniato ad hoc. C’è da dire che però non ho fatto un’analisi certosina. All’apparenza tutto funziona. L’ho finito in quattro sere e non vedevo l’ora di sapere chi fosse l’assassino. La trama concede indizi a spizzichi e bocconi e

Come si introduce un personaggio nella storia?

come si introduce un personaggio

[…] il capitano Ahab era sul ponte di comando. Non pareva avesse segni di comuni malattie fisiche, né di convalescenza. Sembrava un uomo staccato dal palo del rogo, quando il fuoco ha devastato le membra percorrendole tutte senza consumarle e senza portar via una sola particola della vecchia e compatta robustezza. La sua figura, alta e grande, sembrava fatta di solido bronzo e modellata in un indistruttibile stampo, come il Perseo fuso del Cellini. Una cicatrice sottile come una bacchetta, lividamente bianca, si vedeva partire dal mezzo dei capelli grigi e scendere dritta su un lato del volto e del collo, rossigno e bruciato, fino a sparire negli abiti. Somigliava a quel segno perpendicolare che talvolta s’apre nel tronco dritto e superbo di un grande albero quando è lacerato da un fulmine scagliato dall’alto, che, senza schiantare un solo ramoscello, scortica appena la corteccia e vi traccia un solco, da cima a fondo, prima di sparire nel suolo, lasciando la pianta ancora verde e viva, ma segnata. Herman Melville, Moby Dick, Mondadori, Milano, 2007, p. 161 Era davvero una smorfia meravigliosa quella che risplendeva in quel momento nel buco del rosone. […] Tutti si precipitarono verso la cappella. Ne fu fatto uscire in trionfo il beatissimo papa dei folli. Ma fu allora che la sorpresa e l’ammirazione toccarono il culmine. La smorfia era la sua faccia. O meglio, tutta la sua persona era una smorfia. Una grossa testa irta di capelli rossi; tra le spalle, una gobba enorme il cui contraccolpo si faceva sentire davanti; un sistema di cosce e di gambe contorte così stranamente che solo al punto del ginocchio potevano toccarsi tra loro, e che, viste di fronte, somigliavano a due falcetti congiunti per il manico; piedi larghi, mani mostruose; e a dispetto di tanta deformità, un certo aspetto terribile di vigoria, di agilità e di coraggio; strana eccezione alla regola eterna per cui la forza, come la bellezza, risultano dall’armonia. Tale era il papa che si erano eletto i folli. Victor Hugo, Notre-Dame de Paris, La Biblioteca Universale, Torino, 1996, pp. 51-52 Le pareti e il soffitto della stanza erano completamente anneriti da un’annosa sporcizia. Davanti al caminetto c’era un tavolo sul quale stava una candela infilata nel collo di una bottiglia di birra, due o tre caraffe di peltro, un pezzo di burro e un piatto. In un tegame che stava sul fuoco ed era assicurato alla mensola con un pezzo di spago, cuocevano alcune salsicce; davanti a queste, con un forchettone in mano, c’era un ebreo raggrinzito molto vecchio, la cui faccia perfida e repellente era seminascosta da un’arruffata capigliatura rossa. Indossava un’unta palandrana di flanella, che gli lasciava scoperta la gola, e sembrava stesse dividendo l’attenzione tra il tegame e uno stendibiancheria dal quale pendevano un gran numero di fazzoletti di seta. Charles Dickens, Oliver Twist, Feltrinelli, Milano, 2015, p. 86 Quando Gabriel Prudent si rivolgeva alla giuria le sue mani si aprivano, quando si rivolgeva al sostituto procuratore si chiudevano, talmente contratte da sembrare rattrappite, come se tornassero alla loro vera età. Quando guardava il presidente si bloccavano, quando osservava il pubblico non riuscivano a stare ferme, come due adolescenti sovraeccitate, e quando si rivolgeva all’imputato si giungevano, si rannicchiavano l’una contro l’altra come due gattini alla ricerca di calore. In pochi secondi passavano dalla chiusura alla gioia, dal ritegno alla libertà, poi ripartivano verso una specie di preghiera, di supplica. In realtà le mani non facevano altro che mimare le sue parole. Valérie Perrin, Cambiare l’acqua ai fiori, edizioni e/o, Roma, 2020, p. 134-135

“La regina degli scacchi” e la struttura in tre atti

LA REGINA DEGLI SCACCHI e la struttura in tre atti

Hai letto La regina degli scacchi? Io solo di recente, e a ruota ho visto anche la serie. Quando c’è la trasposizione cinematografica di un romanzo, prima leggo il libro, poi vedo il film. Questo è quello che avviene di solito, ma ci sono sempre le eccezioni. A volte è capitato che vedessi prima il film, ma per sbaglio, in effetti. Altre volte mi sono rifiutata per evitare che il riadattamento televisivo rovinasse il ricordo del romanzo. Mi è successo con Il profumo e con American Psycho: letti il libri, ma niente film. Per scelta. Per quanto riguarda La regina degli scacchi, invece, dal momento che ha avuto così tanto successo anche la serie, non potevo esimermi dal dedicare qualche ora allo studio comparato delle due storie. Devo dire che si sono comportati bene e si sono attenuti piuttosto fedelmente al romanzo, anche se Netflix ha reso Beth molto più loquace. Come avrai intuito, quando la sera mi metto sul divano e apro l’ennesimo libro della mia Lista-infinita-di-libri-da-leggere, mi ritrovo a studiare le storie. A volte lo faccio coscientemente, a volte è un’azione inconsapevole. Come in questo caso. Mentre leggevo La regina degli scacchi ho cominciato a figurarmi nella mente la struttura della storia, un po’ come fa lei quando gioca a scacchi sul soffitto.   #ALLARME SPOILER Prima che tu prosegua, devo avvisarti che questo articolo è a rischio spoiler. Se non hai ancora letto La regina degli scacchi o visto la serie, ma vorresti farlo, allora non proseguire con la lettura.   Studio sul campo Leggere libri e vedere film può esserti di grande aiuto per interiorizzare le tecniche narrative, laddove sono usate in modo efficace; puoi studiare come le storie vengono raccontate, quali sono le strategie usate per creare determinati effetti, atmosfere, colpi di scena, dinamiche di interazione tra personaggi. Si può imparare davvero molto dai buoni film — più semplici da analizzare rispetto ai romanzi — ma anche da quelli brutti, perché puoi prendere nota di quello che non bisogna fare. Devi sapere — ma se scrivi di certo lo sai già — che la maggior parte delle storie si basa sulla struttura in tre atti, la modalità più semplice di costruire una trama. Utilizzata spesso per scrivere sceneggiature, è visibilissima nei film: gli sceneggiatori fanno corrispondere al minutaggio della pellicola i tre atti. Ad esempio, su una pellicola di 120 minuti, i primi 35 riguardano il primo atto, i successivi 70 l’atto centrale e i rimanenti 15 il terzo atto. Si parla di tempistiche ideali; è chiaro che possono variare, ma la parte centrale della storia rimane la più corposa. Questa struttura permette di costruire le basi della narrazione e determinarne il ritmo; ti può essere di supporto per creare una trama efficace e funzionale allo scopo che vuoi ottenere, che può riguardare il messaggio che vuoi trasmettere o l’obiettivo che il tuo personaggio vuole raggiungere. Per capire meglio di cosa sto parlando ho provato a calare La Regina degli scacchi sulla struttura in tre atti, nello schema seguente.   L’arco di trasformazione di Beth La linea centrale rappresenta l’arco narrativo del protagonista che nel nostro caso è una lei: Elizabeth Harmon, meglio conosciuta come Beth. L’arco narrativo, che rappresenta il percorso evolutivo del personaggio, attraversa i tre atti. Nello schema ho indicato i nodi narrativi principali della storia, in modo da dare una visione immediata di come si evolve. La regina degli scacchi è la storia di Beth, una ragazza fragile, incapace di chiedere aiuto, che tende ad aggrapparsi a coloro che le ruotano intorno pur di non rimanere sola con sé stessa. Prima si appoggia alla madre, poi a Jolene alla Methuen Home, al signor Shaibel, alla signora Wheathley, a Beltik e a Benny. L’unica costante nella sua vita è l’amore per gli scacchi e la sua naturale propensione al gioco. Il suo genio promette di portarla lontano, ma il suo disperato bisogno degli altri, le continue perdite che subisce, dovute sia a cause esterne che alla sua tendenza ad allontanare le persone, la portano ad avere comportamenti autodistruttivi. La sua autostima è solo un riflesso che vede negli altri, ma che non riesce ad alimentare e a far crescere dentro di lei. Ma è proprio grazie agli amici che risale la china e raccoglie il coraggio per chiedere aiuto e affrontare poi da sola la vita, i conflitti, l’avversario. Vediamo ora nel dettaglio quali sono gli eventi che accadono in ciascun atto della struttura; ho cercato di riassumere al massimo e di individuare i passi fondamentali del percorso di Beth.   La struttura in tre atti della Regina degli scacchi   1° ATTO – preparazione #equilibrio iniziale e rottura dell’equilibrio L’equilibrio iniziale serve a introdurre il lettore nella storia, a costruire l’atmosfera e a presentare i personaggi. È utile a creare coinvolgimento e immedesimazione. La storia che si va a delineare deve portare lo spettatore a identificarsi con il protagonista, la cui azione è spinta dal conflitto a cui è esposto. Nel caso del romanzo che stiamo analizzando è molto breve, occupa le prime righe dell’incipit e ce lo lascia solo intuire.   Beth seppe della morte di sua madre da una donna con una cartelletta. La regina degli scacchi di Walter Tevis, Mondadori, Milano, 2021, p. 9   Beth è una bambina di otto anni che vive con la madre. L’immedesimazione è immediata, anche se non siamo stati introdotti con garbo nella storia. La violenza dell’incipit ci porta subito a empatizzare con una bambina che ha appena perso sua madre ed è rimasta sola al mondo. Ed ecco che viene introdotto anche il tema che attraversa con prepotenza l’intera storia: la solitudine. L’equilibrio iniziale è già rotto, succede qualcosa che allontana la protagonista dalla sua normalità: la morte della madre cambia irrimediabilmente la vita di Beth. #prima soglia La prima soglia chiude il primo atto e trasporta il lettore nel secondo atto. Dopo la morte della madre (che costituisce la rottura dell’equilibrio, appunto), Beth viene portata alla Methuen Home, un orfanotrofio del

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